Ministero per i Beni e le Attivitą Culturali Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Eminila-Romagna

Palazzo di Teoderico

Indirizzo
Via di Roma, angolo via Alberoni
Ravenna

Orari
dal lunedì alla domenica   8.30 - 13.30
chiuso nei giorni 1 gennaio, 1 maggio e 25 dicembre

Ingresso
Ingresso gratuito

Uffici
tel. 0544 543724 - pm-ero.musnaz-ra@beniculturali.it
Sito Web Polo Museale dell'Emilia Romagna

Carta della qualità dei servizi

 

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Con il nome di Palazzo di Teoderico si fa comunemente riferimento ai resti architettonici prospicienti l’attuale via di Roma, situati in prossimità  della chiesa di Sant'Apollinare Nuovo.

L’area archeologica circostante, indicata nei monumenti medievali come luogo di estensione del palazzo, fu oggetto di grande interesse a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, a seguito del rinvenimento fortuito di alcuni tratti pavimentali a mosaico. Versando gli antichi resti in pessime condizioni, dal 1897 al 1907 fu effettuato un restauro conservativo a cui seguì, dal 1908 al 1914, una sistematica campagna di scavi annuali.

Le ricerche archeologiche portarono alla luce numerosi resti di strutture residenziali, individuate poi dagli studiosi come parte di un settore del complesso palaziale della Ravenna tardo antica, e diversi tratti pavimentali sovrapposti su varie quote. I molteplici studi condotti sulle strutture rimesse in luce nell’ambito degli scavi, sui frammenti pavimentali e sui resti marmorei nonchè, parallelamente, sulle fonti documentarie, hanno permesso la ricostruzione cronologico-strutturale dell’area indagata. E’ stato quindi accertato come in occasione del passaggio, nell’anno 402, della capitale dell’Impero Romano d’Occidente da Milano a Ravenna, la  corte avesse commissionato la sistemazione di un complesso palaziale e di numerose fabbriche adibite alle varie esigenze.

Doveva trattarsi di un quartiere costruito non secondo un organico programma edilizio, ma scaturito dall’aggregazione, demolizione e ristrutturazione di diverse fabbriche rispondenti alle necessità contingenti; un quartiere ispirato alle tipologie funzionali della città di Costantinopoli, che comprendeva, oltre al Palatium, la sede dell’alloggio delle guardie, l’archivio, la zecca e il circo. Il compresso conobbe un’importante fase edilizia durante il dominio del re goto Teoderico (493-526) e, durante quest’epoca, è testimoniato che il palazzo sorgesse tra giardini, fosse cinto da portici e rivestito da preziosi marmi e mosaici; esso conservò funzioni pubbliche fino a quanto, nel 751, vi soggiornò il re longobardo Astolfo.

Circa un trentennio dopo il pontefice Adriano I concesse all’imperatore Carlo Magno il permesso di prelevare decorazioni pavimentali e parietali per adornare il suo palazzo di Aquisgrana. Successivamente l’edificio fu lasciato andare in completa rovina e pare che l’ultima fase edilizia del complesso risalga all’XI-XII secolo.

Secondo alcuni studiosi l’edificio sarebbe il resto di un corpo di guardia (VII-VIII secolo) costruito per sorvegliare l’accesso al palazzo al tempo in cui era abitato dagli esarchi (così erano denominati i governatori delle province italiane su mandato dell’imperatore di Bisanzio). La fabbrica doveva imitare un analogo edificio di Costantinopoli chiamato Calce (ossia bronzo) per la sua monumentale porta bronzea; da ciò scaturisce la denominazione di Calce o ad Calchi per l’edificio ravennate.

A parere di altri si tratterebbe dei resti dell’atrio-porticato antistante la chiesa (ardica) di San Salvatore ad Calchi. Questo edificio di culto, documentato attivo nelle fonti medievali e ubicato in prossimità sia dell’ingresso del palazzo che della chiesa di Sant'Apollinare Nuovo, risulta quasi del tutto distrutto in un documento del 1503.

La tradizione di identificare il rudere col palazzo di Teoderico pare sia nata nel XVII secolo, quando vi fu addossato il sarcofago di porfido, ora nel mausoleo di Teoderico, che si ritiene aver contenuto le spoglie del sovrano goto.

La facciata dell’edificio, costruita in laterizi, presenta una grande porta centrale affiancata da due aperture ad arco binate; nell’ordine superiore è situata un’ampia nicchia provvista di bifore con funzioni di balcone, ai cui lati si trovano soggette pensili ad archi ciechi sostenuti da colonnine marmoree poggianti su di una mensola anch’essa marmorea; questa singolare architettura di transizione, con caratteristiche proprie dell’arte romanica, utilizza molti materiali di reimpiego.

Attraverso una scala a chiocciola, inserita nella torre rotonda che fiancheggia la porta sul lato est, si accede all’unica sala superiore dove sono stati collocati in più riprese e a partire dalla fine del secolo scorso numerosi tratti delle pavimentazioni musive rinvenute e distaccate durante le campagne di scavi archeologici nell’area del palazzo imperiale teodoriciano; frammenti musivi si trovano anche al pianterreno nella stretta loggia anteriore.

I numerosi mosaici esposti fanno parte sia del palazzo che delle strutture che cronologicamente lo hanno preceduto: si tratta di lacerti di mosaico e di tarsie marmoree pavimentali che vanno dal I al VII secolo e che costituiscono un eccezionale repertorio attraverso il quale si può seguire l’evoluzione del mosaico pavimentale antico.

Nonostante i molteplici studi, in alcuni casi risulta ancora problematica l’ubicazione originaria dei frammenti musivi: è stato comunque possibile individuare un vano monoabsidato, una sala da pranzo a tre absidi (triclinio), alcuni ambienti termali e altre stanze residenziali e di servizio. I motivi ornamentali raffigurati sono quelli tradizionalmente utilizzati nel mosaico pavimentale e vanno dai più semplici (motivi a canestro, a treccia, a zig-zag, cubi prospettici, cerchi concatenati) ai moduli compositi (pelte affrontate con al centro quadrati, losanghe raggruppate in stelle in cui si inseriscono quadrati e rombi, quadrati caricati con nodi di Salomone ecc.); la realizzazione è ottenuta con tessere lapidee (bianco d’Istria, nero d’Italia, marmo grigio, rosa di Verona, cotto, ciottoli verdi).

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I lacerti, risalenti alla metà circa del V secolo, si riferiscono ai giochi dell’arena e alla corsa dei carri: in un frammento si può vedere una figura centrale con frusta e cappello e, alla sinistra, il carceres destinato al ricovero del carro; in altro l’auriga col carro, dove in basso si legge il nome del cavallo Generosus. Oltre alle tessere lapidee, essi presentano anche paste vitree di colore arancione, rosso, verde e azzurro. Fra i mosaici figurati si noti il frammento che mostra una figura virile ignuda presso i cui piedi compare un ramarro verde cupo o le scene di caccia del cinghiale.

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Giochi nell'arena, particolare, V sec.

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Scena di caccia al cinghiale, V sec.

Tre lacerti in opus sectile, parti di un’unica pavimentazione del VI secolo, mostrano una policromia suggestiva realizzata con breccia con venature violacee e verdi, chiampo verde, serpentino, porfido rosso, rosa e giallo di Verona.

Di particolare interesse il frammento del VI secolo esposto nel portico che rappresenta Bellerofonte sul cavallo alato Pegaso, nell’atto di uccidere la chimera e circondato da busti delle stagioni; l'iscrizione latina SUME QUODE AUTUMNUS VER QUOD BRUMA QUOD ESTAS ALTERNIS REPARANT ET TOTO CREANTUR IN ORBE - Prendi ciò che l’autunno, la primavera, l’inverno e l’estate vicendevolmente  producono e creano nel mondo - è un invito a godere dei frutti di ogni stagione.